Lorenzo Pier Luigi Perosi
Lorenzo Pier Luigi Perosi, compositore e organista (Tortona, 21–12-1872-Roma, 12-12-1956), fu avviato dal padre Giuseppe a sua volta organista, agli studi musicali, ed iniziò studi regolari al Conservatorio di Santa Cecilia, continuati al Conservatorio di Milano con M.Saladino.
Nel 1980 fu nominato organista e maestro di canto nell’Abbazia di Montecassino. Nel 1892 riprese gli studi al Conservatorio di Milano, diplomandovisi, e perfezionandosi poi a Ratisbona con F. X. Haberl e M. Haller, nel 1893. Verso la fine di quell’anno assunse l’incarico di maestro di canto nel seminario di Imola, dirigendo la cappella del duomo, come poi quella di San Marco a Venezia.
Consacrato sacerdote, ebbe modo di farsi conoscere dirigendo esecuzioni di proprie composizioni oratoriali, e nel 1898 fu posto a capo della Cappella Sistina, dapprima a lato di D. Mustafà, e dal 1903 col titolo di “Maestro perpetuo”. Una grave crisi spirituale e psichica lo costrinse a lasciare l’incarico nel 1915, ma lo riassunse nel 1923. Il 22 ottobre 1930 fu nominato Accademico d’Italia.
Nella sua produzione si impone una netta bipartizione fra oratori e forme affini da un lato e musica strettamente liturgica dall’altro, in quanto il rimanente della musica di Perosi non presenta, almeno per ciò che è pubblicato, molto interesse, trattandosi di musica sinfonica, da camera e per organo ispirata a schemi tardoromantici abbastanza banali. La forma oratoriale della cantata In coena Domini, che gli procurò immediatamente fama, fu affrontata da Perosi quasi per caso, mosso dalla specifica esigenza di fornire un lavoro importante per il congresso eucaristico veneziano del 1897: fu il grande successo ottenuto a spingerlo oltre, facendogli concepire il progetto, solo parzialmente realizzato, di musicare, in 12 episodi, la vita di Cristo. Attraverso le successive tappe, l’oratorio di Perosi si configura come animato da nobilissime intenzioni, denso di lirismo quasi costantemente puro e spirituale; l’ideale matrice di questi lavori è da ricercare più nella produzione di Carissimi che in quella di Bach o Haendel, soprattutto nella scelta ovviamente della lingua latina, del dare voce ai personaggi in prima persona e di movimentare inoltre il ruolo dello Storico che risulta sovente suddiviso tra vari solisti e coro. La lezione di Bach in realtà appare piuttosto seguita negli episodi fugati e nei corali variati, ma nell’insieme la materia musicale degli oratori di Perosi colpisce per lo “strano e suggestivo eclettismo”(Mila) col quale egli accosta rari echi veristici, frequenti atteggiamenti wagneriani, costruzioni di tipo barocco ed echi della grande polifonia italiana.
Difettava comunque, per quanto solido in materia sacra e gregoriana, di una approfondita preparazione nella scienza dell’orchestrazione e della composizione vera e propria. Questo è il motivo per cui la realizzazione dei suoi lavori sinfonico-corali risulta sempre inferiore all’invenzione.
Altro discorso occorre tenere per la numerosissima musica liturgica che Perosi scrisse con inesausta spontaneità per tutta la vita. Messe e mottetti che esprimono nella loro aurea semplicità la sua miglior vena, volta a tradurre in suoni le solenni parole dell’azione sacra. Infatti se molti (ad esempio Bottazzo, Ravanello, Tebaldini, Terrabugio per rimanere in Italia) si sforzarono di seguire la lettera, Perosi invece colse interamente lo spirito della riforma della musica sacra, rifacendosi, anziché ad utopistici concetti neopalestriniani, piuttosto al linguaggio del suo tempo, depurandolo da falsi residui romantici e da ambiziose, ma vuote, filiazioni barocche. In tal senso i risultati più felici sono: Te Deum laudamus, Prima e Secunda pontificalis, Messa da requiem a 3 voci pari ed i 27 Responsori dei mattutini delle tenebre a 3 voci.